venerdì 23 giugno 2017

Solennità del Sacro Cuore di Gesù 2017 - Amare con tutto il cuore


Celebrare la solennità del Sacro Cuore significa focalizzarsi su quello che è – simbolicamente – il nucleo essenziale della persona umana e divina di Gesù e della sua stessa intera esistenza: il suo amore salvifico per l'umanità.  
Questo perché il Cuore è il segno dell'amore di Dio e al contempo ne è anche simbolo, come Pio XII sottolineò nell'Haurietis Aquas: parliamo del Cuore di Cristo  non per riferirci semplicemente a un organo umano, biologico, del corpo di Gesù, ma per andare a ciò che esso rappresenta, cioè l'amore. E questo amore non è un amore qualunque, non è contenuto entro limiti definiti o definibili. Al contrario, è un amore assoluto, infinito, gratuito. È l'amore di Dio che porta il Verbo a incarnarsi, a spendere la sua esistenza per la salvezza degli uomini, fino all'atto ultimo e "risolutivo" della propria offerta: la morte in croce, con l'altrettanto simbolico gesto della trafittura del costato, di quel cuore da cui sono fuorisciti sangue e acqua, i simboli dei Sacramenti della Chiesa e da cui la Chiesa stessa, dunque, è sgorgata. 
In questa fuoriscita dal costato è rappresentato il darsi di Gesù fino all'ultima goccia del suo sangue, cioè senza risparmiare niente di sé stesso, senza conservare nulla, senza trattenere niente della propria vita. Il racconto giovanneo lo rimarca proprio nel gesto del soldato che squarcia il petto del Signore, perché il sangue, nel linguaggio biblico, è simbolo della vita stessa e così la morte di Cristo assume una valenza straordinariamente e doppiamente oblativa e vitale: Gesù spende la sua vita per gli altri, e l'aspetto fisico di questa donazione diventa espressione simbolica dell'amore reale con cui Dio ci ama. La vita di Gesù diventa infatti la vita di chi crede in lui, di chi si nutre di lui, di chi lo confessa come il Cristo. Questo è il messaggio chiaramente contenuto nella Prima Lettera di Giovanni, al capitolo 4.
Dire che Gesù ci ha amati con tutto il cuore e dal profondo del suo cuore non è allora utopia. D'altronde, queste sono espressioni tipiche del linguaggio umano – che fa del cuore il simbolo dell'amore di una persona e del suo centro più profondo – ma sono realtà che Cristo ha vissuto e che Dio vive da sempre e vivrà per sempre per l'essere umano. È ancora Giovanni, infatti, nella sua Prima Lettera, a rammentare che Dio Padre ha mandato il suo Figlio unigenito «perché noi avessimo la vita per lui» (v. 9), e nel suo Vangelo, al cap. 3, versetto 16, è ancora più esplicito: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». 
Benedetto XVI, poi, sottolineò che «lo Spirito Creatore ha un cuore. È Amore» (Omelia, 3 giugno 2006). Ecco che dunque, alla fine, con l'evangelista Giovanni possiamo racchiudere il significato della solennità del Sacro Cuore in una sola espressione: «Dio è amore» (Gv1 4, 16). E così come abbiamo visto concretamente l'amore per noi del Dio Uno e Trino nell'amore tangibile del Cristo Uomo, così anche noi possiamo diventare trasparenza dell'amore di Dio per gli altri, ogni volta che ci relazioniamo al nostro prossimo non con semplice filantropia o per interesse o peggio ancora con disprezzo, ma con lo stesso atteggiamento interiore di Cristo: nell'offerta generosa di ciò che siamo e anche del nostro tempo, che spesso riteniamo più prezioso del fratello che ci sta accanto.
Il Cuore di Gesù ha declinato il proprio tempo umano secondo i bisogni dell'umanità assetata di amore, e ha fatto del suo spazio esistenziale lo spazio dell'accoglienza, dell'abbraccio, della correzione, del conforto e della vicinanza; lo spazio della chiamata e dell'attesa, lo spazio della speranza e della pazienza; lo spazio della vita che genera vita, non del rifiuto, che genera sempre morte ogni volta che un no diventa l'umiliazione dell'altro che tende la mano.
Guardare al Cuore di Gesù significa imparare da lui e imitarlo, riconoscendosi chiamati a una missione grande e che non abbiamo meritato, ma che tuttavia ci è stata affidata: mostrare ancora oggi, nel nostro mondo, nella nostra epoca, che Dio ha un cuore che palpita d'amore, che Dio stesso, anzi, è cuore, se per cuore intendiamo il suo amore senza riserve. 

SOLENNITÀ DEL SACRO CUORE 2017



La festa del Sacro Cuore di Gesù è, per eccellenza, la festa dell'amore di Dio. In essa, la Chiesa propone come soggetto di meditazione e come oggetto delle nostre preghiere l'amore tenerissimo e immutabile di Dio che, fattosi uomo, è morto per ciascuno di noi. Mostrandoci il Cuore di Gesù che arde d'amore nonostante le spine con le quali lo circondiamo a causa dei nostri peccati, la Chiesa ci apre la prospettiva di un perdono misericordioso e sconfinato, di un amore infinito e perfetto, di una gioia completa e immacolata, che dovrebbe costituire l'incanto perenne della vita spirituale di tutti i veri cattolici.
Amiamo il Sacro Cuore di Gesù. Sforziamoci affinché questa devozione trionfi in modo autentico (e non soltanto attraverso alcune apparenze) in tutti i focolari, in tutti gli ambienti e, soprattutto, in tutti i cuori. Solo così potremo ottenere di riformare l'uomo contemporaneo.
«Ad Jesum per Mariam». È per mezzo di Maria che si arriva a Gesù. Dovendo scrivere sulla festa del Sacro Cuore, come non aggiungere una parola di filiale commozione per questo Cuore Immacolato che, meglio di chiunque altro, ha compreso e amato il Divino Redentore? Che Nostra Signora ci ottenga almeno qualche scintilla di quella immensa devozione che Lei ha avuto per il Sacro Cuore di Gesù. Possa accendere in noi un po' di quell'incendio d'amore con il quale Ella ardeva così intensamente: è il nostro augurio in questa settimana così dolce e consolatrice.

(Plinio Corrêa de Oliveira in O legionário, n. 458, 22 giugno 1941)

sabato 15 aprile 2017

AMARE, È VEDERE CON IL CUORE



Anche noi semplici battezzati con le nostre fragili forze siamo in cammino con nostra Madre Chiesa con gli stessi sentimenti di corresponsabilità che la Vergine Maria, San Giovanni e le donne nutrivano ai piedi della Croce.
Sul Calvario, con Gesù ancora appeso alla Croce, il dramma si conclude con la lancia del soldato che trafigge il costato del Salvatore. Il colpo di quella lancia provocò un'uscita di sangue e acqua. Davvero poco prima il Salvatore ha potuto dire: «Tutto è compiuto». Infatti, ogni fibra di amore è stata consumata nella sua carne umana.
Quel petto è un simbolo ricco di luce e di grazia.
Quel colpo al cuore, «squarciato dalla nostra violenza, fa cadere il velo che nascondeva Dio». 
L'immagine autentica di Dio è l'amore che si dona attraversando il guado della morte, per offrire all'umanità la speranza di una vita riscattata dalla potenza del male.
Da quel cuore ferito esce un lampo di luce che illumina l'ignoranza nei confronti della missione di Gesù sognato e atteso come messia trionfatore.
Nel Figlio dell'amore misericordioso, appeso al legno della croce, ritroviamo la sorgente della sapienza di Dio che sconfigge l'astuzia violenta degli uomini di potere.
Nell'icona della croce il male raggiunge il vertice della sua apparente nefasta potenza: uccide l'autore della vita, ignorando che, precipitando nell'abisso della sua malizia, nel fondo della sua nullità, incontra le braccia misericordiose di Dio.
Dopo la risurrezione, le dita dell'apostolo Tommaso toccarono la ferita del costato, da quel contatto nacque il primo grido della fede autentica: «Mio Signore e mio Dio». Tommaso ha accarezzato quel cuore di Cristo che ha tanto amato gli uomini ed è rimasto una «fornace ardente» per alimentare il cammino di fede dei credenti.
La tradizione cristiana ha riservato il tempo di giugno alla contemplazione esemplare dell'amore di Dio per ogni creatura umana.

(Mario Carrera, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, snt)

venerdì 14 aprile 2017

MARIA, PRIMA ADORATRICE DELLE PIAGHE DEL SALVATORE


Paolo da Caylina il giovane, Deposizione


Oggi la devozione al Sacro Cuore, rettamente intesa come segno storico tangibile del Mistero Pasquale di Cristo, è il cuore stesso della fede cristiana. Ma quando è cominciata? Cercando lungo i 20 secoli di scritti patristici, di preghiere liturgiche, di tradizioni popolari possiamo risalire alla sua origine.
Pio XII sintetizza il pensiero della Chiesa nell'Enciclica Haurietis acquas con questa affermazione: «È per altro nostra persuasione che il culto tributato all'amore di Dio e di Gesù Cristo verso il genere umano attraverso il simbolo augusto del Cuore trafitto del Redentore, non sia mai stato completamente assente dalla pietà dei fedeli, benché abbia avuto la sua chiara manifestazione e la sua mirabile propagazione nella Chiesa in tempi da noi non molto remoti, soprattutto dopo che il Signore stesso si degnò di scegliere alcune anime predilette, cui svelò i segreti divini di questo culto e che Egli elesse a messaggere del medesimo, dopo averle ricolmate in gran copia di grazie speciali.
Sempre, infatti, vi sono state anime sommamente a Dio devote, le quali, ispirandosi agli esempi dell'eccelsa Madre di Dio, degli Apostoli e di illustri Padri della Chiesa, hanno tributato all'Umanità santissima di Cristo, e in modo speciale alle Ferite, aperte nel suo corpo dai tormenti della salutifera Passione, il culto di adorazione, di riconoscenza e di amore».

Saliamo al Calvario

Dal costato di Cristo sgorgano l'acqua, simbolo di spirituale purificazione, e il sangue, simbolo di redenzione. Il sangue richiama fortemente il sacramento dell'Eucaristia; l'acqua, invece, il sacramento del Battesimo.
A questo simbolismo del costato di Cristo, trafitto ed aperto dalla lancia del soldato, non è certamente estraneo il suo Cuore stesso, che indubbiamente dovette essere raggiunto dal colpo violento, vibrato allo scopo di accertarne la morte. Pertanto, la ferita del Cuore Sacratissimo di Gesù, ormai spirato, doveva rimanere nei secoli la vivida immagine di quella amore gratuito, che aveva indotto Dio stesso a dare il suo Unigenito per la redenzione degli uomini, e con il quale Cristo amò noi tutti con una donazione così generosa, da offrirsi come vittima d'immolazione cruenta sul Calvario: «Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Efesini 5,2).
Possiamo ben dire che il colpo di lancia che squarcia il cuore di Gesù sulla croce è paragonabile ad una sorgente da cui scaturisce e si rafforza lungo i secoli la compassione, l'amore, l'adorazione per le ferite di Gesù, le piaghe, il cuore trafitto e quindi è la sorgente dell'attuale devozione al Sacro Cuore.

Accostiamoci a Maria

Risalendo appunto alla Passione accostiamoci a Maria in contemplazione del corpo di Cristo morente sulla croce. Quando la lancia lo trafisse, Gesù non poteva certamente più soffrire, ma fu l'anima della madre a patire il colpo. Anche se i vangeli non lo dicono era naturale che subito dopo la morte di Gesù «si restituisse» a sua madre il Suo corpo destinato a una risurrezione ben più stupefacente di quella del figlio della vedova di Nain.
Possiamo far risalire all'amore della stessa Madre di Dio il primo esempio del culto «di adorazione, di ringraziamento e di amore» reso alle piaghe del Crocifisso. Come non pensare alle rappresentazioni medievali della pietà: con il suo figlio sulle ginocchia, Maria ha lo sguardo perso nella contemplazione di questo corpo dilaniato.
La contemplazione della piaga del costato di Gesù è necessariamente collegata in un modo del tutto particolare con il Cuore compassionevole di Maria.
Per questo i cristiani sia orientali che occidentali fin dai primi secoli riempiono le loro preghiere e i loro poemi liturgici del compianto per questo cuore materno, trafitto dalla «spada» di Simeone, simbolo di ogni grande sofferenza: «immersa in agonia mortale geme nell'intimo del cuore trafitto da spada».
Giovanni testimonia che Maria era ai piedi della croce e pertanto aveva visto sgorgare la nostra redenzione dal fianco trafitto dell'Agnello; per questo nella liturgia antica i fedeli implorano Colei che raccolse per prima il fiotto vivificante:
«O tutta pura Madre di Dio, purifica la mia anima dalle sue piaghe ...; lavale con la sorgente che sgorgò abbondantemente dal fianco del tuo Figlio»,
«Aspergimi con il sangue», «Lava le piaghe del mio cuore». «O sovrana, che partoristi Colui che viene a giudicare i vivi e i morti, vivifica con la penitenza e ii sangue che sgorgò dal fianco del tuo Figlio la mia anima morta».
Nel medioevo si chiedeva alla «Santa Madre» che «le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore» rivelandoci la radice mariana della devozione alle cinque piaghe.

In principio... c'era Maria

Due trafitture, fisica quella del corpo Cristo, interiore quella dell'anima di Maria. Ben presto la pietà popolare ha compreso che la trafittura di Cristo era collegata in modo del tutto particolare con il cuore affranto di Maria.
Ci sembra di poter dire che già nel Vangelo si può intravvedere il germoglio del culto al Cuore trafitto di Gesù che si svilupperà come grande albero nei secoli.
Ancora di più: il culto al Sacro Cuore trova come suoi «modelli originali» gli sguardi amorosi che la Madre di Dio e gli apostoli hanno rivolto all'«umanità piagata» del Salvatore.
La devozione al Sacro Cuore attuale è, in definitiva, il risultato delle trasformazioni subite dallo sguardo contemplativo che la Chiesa ha portato sull'Agnello trafitto, guidata lungo i secoli dallo Spirito Santo che in alcune persone, da Santa Margherita Maria Alacoque a Santa Faustina Kowalska, è intervenuto con visioni specifiche e anche comandi indirizzati a tutta la Chiesa.

(Don Ferdinando Colombo, sdb, Rivista Sacro Cuore, settembre 2014, p. 4)




venerdì 3 marzo 2017

PRIMO VENERDÌ DEL MESE


Una riflessione di Carlo Maria Martini
(Trenta Giorni, n. 07/08 - 2006)

Ricordo molto bene il tempo in cui uscì l’enciclica Haurietis aquas in gaudio. Colpiva l’impostazione biblica di tutto il testo, a partire dal titolo, che è una citazione dal libro di Isaia (12, 3). Perciò l’enciclica (che portava la data del 15 maggio 1956) fu letta con molta attenzione dalla comunità dell’Istituto Biblico, che ne apprezzava in particolare il fondamento sui testi della Scrittura. Nel passato invece tale devozione, che di per sé ha una lunga storia nella Chiesa, si era sviluppata tra il popolo a partire soprattutto da cosiddette “rivelazioni” di tipo privato, come quelle a santa Margherita Maria nel secolo XVII. La percezione di come in essa venisse sintetizzato concretamente il messaggio biblico dell’amore di Dio era qualcosa che ci riavvicinava a questa devozione tradizionale, che nel passato recente era stata molto sentita soprattutto nella Compagnia di Gesù, in particolare nella sua lotta contro il rigorismo giansenista. 
Il fatto che papa Benedetto abbia voluto scrivere una lettera per ricordare questa enciclica proprio al superiore generale della Compagnia di Gesù si deve certamente anche al fatto che i Gesuiti si consideravano particolarmente responsabili della diffusione di questa devozione nella Chiesa. Ciò veniva anche affermato da santa Margherita Maria, secondo la quale questo incarico era stato voluto dallo stesso Signore che si manifestava a lei. 
Fu così che la devozione al Sacro Cuore mi fu presentata nel noviziato dei Gesuiti, negli anni Quaranta del secolo passato. Ciò mi portava a riflettere sul modo con cui fosse possibile vivere questa devozione e d’altra parte lasciarsi ispirare nella propria vita spirituale dalla ricchezza e dalla meravigliosa varietà della parola di Dio contenuta nelle Scritture. 
E questa domanda si poneva con tanta più insistenza in quanto anche il mio personale cammino cristiano si era imbattuto in qualche modo fin dalla fanciullezza con questa devozione. Essa mi era stata instillata da mia madre con la pratica dei primi venerdì del mese. In questo giorno la mamma ci faceva alzare presto per andare alla messa nella chiesa parrocchiale e fare la comunione. C’era la promessa che chi si fosse confessato e avesse fatto la comunione per nove primi venerdì del mese di seguito (non era permesso saltarne uno!) poteva essere certo di ottenere la grazia della perseveranza finale. Questa promessa era molto importante per mia madre. Ricordo che per noi ragazzi c’era anche un altro motivo per recarsi così presto alla messa. Infatti si prendeva allora la colazione in un bar con una buona brioche. 
Una volta fatta la comunione per nove primi venerdì di seguito, era opportuno ripetere la serie, per essere sicuri di ottenere la grazia desiderata. Ne venne poi anche l’abitudine di dedicare questo giorno al Sacro Cuore di Gesù, abitudine che poi da mensile era divenuta settimanale: ogni venerdì dell’anno era dedicato in qualche modo al Cuore di Cristo. 
Così era nel mio ricordo la devozione di allora. Essa era concentrata soprattutto sull’onore e sulla riparazione al Cuore di Gesù, visto un po’ in sé stesso, quasi separato dal resto del corpo del Signore. Alcune immagini riproducevano infatti soltanto il Cuore del Signore, coronato di spine e trafitto dalla lancia. 

Uno dei meriti dell’enciclica Haurietis aquas era proprio di aiutare a porre tutti questi elementi nel loro contesto biblico e soprattutto di mettere in risalto il significato profondo di tale devozione, cioè l’amore di Dio, che dall’eternità ama il mondo e ha dato per esso il suo Figlio (Gv 3, 16; cfr. Rm 8, 32, ecc.). 
Così il culto del Cuore di Gesù è cresciuto in me col passare del tempo. Forse si è un po’ affievolito per quanto riguarda il suo simbolo specifico, cioè il cuore di Gesù. È diventato, per me e per tanti altri nella Chiesa, una devozione verso l’intimo della persona di Gesù, verso la sua coscienza profonda, la sua scelta di dedizione totale a noi e al Padre. In questo senso il cuore viene considerato biblicamente come il centro della persona e il luogo delle sue decisioni. È così che vedo come questa devozione ci aiuta ancora oggi a contemplare ciò che è essenziale nella vita cristiana, cioè la carità. 
Grande merito di questa devozione è stato dunque quello di avere portato l’attenzione sulla centralità dell’amore di Dio come chiave della storia della salvezza. Ma per cogliere questo era necessario imparare a leggere le Scritture, a interpretarle in maniera unitaria, come una rivelazione dell’amore di Dio verso l’umanità. L’enciclica Haurietis aquas segnò un momento decisivo di questo cammino. 
Come si è avuto e si avrà ancora in futuro uno sviluppo positivo dei semi lanciati dall’enciclica nel terreno della Chiesa? Penso che un momento fondamentale è stato quello del Concilio Vaticano II, nella sua costituzione Dei Verbum. Essa ha esortato l’intero popolo di Dio a una familiarità orante con le Scritture. Di qui anche le diverse “devozioni” ricevono approfondimento e nutrimento solido. 
Il punto di arrivo odierno lo potremmo vedere nella enciclica di papa Benedetto XVI Deus caritas est. Egli scrive: «Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Dio ci viene incontro, cerca di conquistarci – fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto…»; e conclude dicendo: «Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr. Sal 73 [72], 23-28)». Si tratta perciò di leggere con sempre maggiore intelligenza spirituale le Sacre Scritture, tenendo desta l’attenzione a ciò che sta alla radice di tutta la storia di salvezza, cioè l’amore di Dio per l’umanità e il comandamento dell’amore del prossimo, sintesi di tutta la Legge e dei Profeti (cfr. Mt 7,12). 
In questo modo saranno messe a tacere anche oggi quelle che sono state lungo i secoli le obiezioni al culto del Sacro Cuore, che lo accusavano di intimismo o di fomentare un atteggiamento passivo, a scapito del servizio del prossimo. Pio XII ricordava e confutava queste difficoltà, che non sono scomparse neppure ai nostri tempi, se Benedetto XVI può scrivere nella sua enciclica: «È venuto il momento di riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo» (n. 37). 
Un altro merito dell’enciclica Haurietis aquas consisteva nel sottolineare l’importanza dell’umanità di Gesù. In questo riprendeva le riflessioni dei Padri della Chiesa sul mistero dell’Incarnazione, insistendo sul fatto che il cuore di Gesù «dovette indubbiamente palpitare d’amore e d’ogni altro affetto sensibile» (cfr. nn. 21-28). Perciò l’enciclica aiuta a difendersi da un falso misticismo che tenderebbe a superare l’umanità di Cristo per avvicinarsi in maniera in qualche modo diretta al mistero ineffabile di Dio. Come hanno sostenuto non solo i Padri della Chiesa, ma anche i grandi santi come santa Teresa d’Avila e sant’Ignazio di Loyola, l’umanità di Gesù rimane un passaggio ineliminabile per comprendere il mistero di Dio. Non si tratta quindi di venerare soltanto il Cuore di Gesù come simbolo concreto dell’amore di Dio per noi, ma di contemplare la pienezza cosmica della figura di Cristo: «Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui… perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza» (Col 1, 17.19). 
La devozione al Sacro Cuore ci ricorda anche come Gesù abbia donato sé stesso “con tutto il cuore”, cioè volentieri e con entusiasmo. Ci viene dunque detto che il bene va fatto con gioia, perché «vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20, 35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9, 7). Ciò tuttavia non deriva da un semplice proposito umano ma è una grazia che Cristo stesso ci ottiene, è un dono dello Spirito Santo che rende facile ogni cosa e ci sostiene nel cammino quotidiano, anche nelle prove e nelle difficoltà. 

domenica 20 novembre 2016

UN CUORE RICCO DI MISERICORDIA /6


A conclusione dell'Anno Santo della Misericordia, il blog condivide con i lettori un pensiero di Mons.  Guido Marini, testo in cui si riflette sulla Solennità di oggi, anche in relazione al Cuore di Cristo. La riflessione ci aiuta a pensare all'avvento del Regno del Sacro Cuore, perché, come disse Giovanni Paolo II, «Gli elementi essenziali della devozione al Cuore di Cristo appartengono in modo permanente alla spiritualità della Chiesa, lungo tutta la sua storia. Perché fin dall’inizio, la Chiesa alzò il suo sguardo al Cuore di Cristo trafitto sulla croce… Sulle rovine accumulate  dall’odio e dalla violenza potrà essere costruita la civiltà dell’amore tanto desiderata,il Regno del Cuore di Cristo!» (Giovanni Paolo II, Messaggio ai Gesuiti, 5 ottobre 1986).



«In questa Domenica il Santo Padre ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro.
In tal modo è terminato l'Anno Santo della Misericordia.
La Porta della Misericordia, però, rimane sempre aperta!
Perché Gesù, il Risorto da morte, è la Porta, spalancata e vivente, della misericordia di Dio, dispensata per noi dalla Chiesa, soprattutto nella celebrazione dei sacramenti.

Oggi celebriamo la solennità di Gesù Cristo, Re dell'Universo.
La sua è una regalità di amore! E la sua massima espressione è la Croce. Il Cuore di Gesù Crocifisso, infatti, è la ferita-feritoia da cui scaturisce l'infinita misericordia di Dio,  unica e vera salvezza del mondo.
Torniamo, pertanto, a scambiarci a vicenda, con tanta gioia, il bel saluto cristiano: "Cristo regni!" - "Sempre!".

La regalità di Gesù e la realtà del Suo Regno di amore le affermiamo nella preghiera del Padre nostro, quando invochiamo: "Venga il tuo regno".
E' una domanda accorata che sale dalla Chiesa  e che riguarda l'oggi della storia ma anche e soprattutto l'eternità.
Ascoltiamo, al riguardo, una pagina di san Cipriano:  "Ma allora, domando io, perché preghiamo e chiediamo che venga il regno dei cieli, se continua a piacerci la prigionia della terra?
Perché con frequenti suppliche domandiamo e imploriamo insistentemente che si affretti a venire il tempo del regno, se poi coviamo nell'animo maggiori desideri e brame di servire quaggiù il diavolo anziché di regnare con Cristo?
Dal momento che il mondo odia il cristiano, perché ami chi ti odia e non segui piuttosto Cristo, che ti ha redento e ti ama?
Mostriamo nei fatti ciò che crediamo di essere.
Chi, trovandosi lontano dalla patria, non si affretterebbe a ritornarvi?
La nostra patria non è che il paradiso.
Là ci attende un gran numero di nostri cari, ci desiderano i nostri genitori, i fratelli, i figli in festosa e gioconda compagnia,
sicuri ormai della propria felicità, ma ancora trepidanti per la nostra salvezza.
Vederli, abbracciarli tutti: che gioia comune per loro e per noi!Che delizia in quel regno celeste non temere mai più la morte e che felicità vivere in eterno!"
Ecco perché afferma sant'Agostino: 
"O felice quell'alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio".

In questa Domenica cantiamo con gioia grande l'alleluia: Gesù Cristo è il nostro Re e noi viviamo nel Suo Regno!
Ora in parte e  nella speranza, un giorno del tutto e nella piena realtà».

(Mons. Guido Marini)